QUADRI, GOUACHES 1998-2000


In tutta l’opera di Edo Murtić si ravvisano complessi tematici che si alternano e si integrano nel corso degli anni, ricorrenti come in un rondo. Nel suo fertilissimo percorso artistico il posto centrale e’ occupato dal paesaggio, perfino quando di primo acchito e’ difficile riconoscere nelle sue realizzazioni concreti riferimenti oggettuali. L’artista, infatti, non riproduce mai il soggetto che si e’ imposto alla sua osservazione, bensi’ lo assume esclusivamente quale spunto iniziale della sua opera, il cui reale contenuto e’ dato invece dalla carica emotiva e dal temperamento del suo artefice. Detto in parole semplici, il soggetto prelevato dal paesaggio reale entra nell’inventario soggettivo di questo pittore al pari della cifra artistica e delle scelte cromatiche.

Quando intorno al 1960, ovvero al culmine del suo periodo informale, Murtić realizzo’ un ciclo di dipinti in cui la terra rossa dell’Istria costituiva il solo contenuto oggettuale, egli concentrava la sua attenzione proprio sugli effetti espressivi ricavabili dal soggetto: la terra intesa come tessitura. A quei dipinti mancava cioe’ una serie di dati di supplemento da cui evincere il significato oggettuale dei densi strati degli ocra e dei marroni-rossicci. La pittura rifiutava ogni incarico di descrittivita’ indugiando esclusivamente sulla materia nuda, grezza.

In queste realizzazioni un granulo di pastosa terra rossa e’ l’impulso sufficiente a innescare l’immaginazione dell’artista. Tutto, anche il minimo frammento, ha eguale importanza per il futuro quadro, come se quest’ultimo fermentasse nell’aria, nei suoni, nelle impressioni registrate dall’occhio del pittore. Il dato oggettivo viene assorbito dalle pennellate di un colore puro, perfino violento, che pulsa dal fondo della tela evocando l’atmosfera in cui e’ immerso il soggetto, non gia’ le singole componenti di cui e’ fatto. E le pennellate si stendono con naturalezza, addensandosi e disgregandosi sul fondo senza rinviare a null’altro fuorché a se stesse.Spesso e’ il titolo del dipinto a dirci, piu’ del suo soggetto, che ci troviamo di fronte a un paesaggio inteso come punto di partenza per il futuro quadro. Le allusioni e le associazioni che rinviano al soggetto, talora scomposto fino a essere irriconoscibile, risultano piu’ dal colore che non dalla rete dei segni. Sebbene non mimetici, i colori racchiudono in sé uno straordinario potenziale persuasivo a cui Murtić attinge per evocare il carattere del paesaggio, o per meglio dire la sua atmosfera. Per Murtić il paesaggio rappresenta in effetti solo il pretesto, non la meta finale, e se esso finisce per acquisire una connotazione cosi’ "astratta" e’ proprio perché l’artista non intende semplicemente trasporlo pittoricamente.

Con la serie di olii su tela e di gouaches realizzati nel corso degli ultimi due anni, Murtić sembra pervenire a una sintesi. Cio’ che accomuna queste opere e’ il registro cromatico: di quadro in quadro, dall’abbozzo fino all’opera compiuta, ricorrono pressoché le stesse cromie, riproposte nei medesimi rapporti. Le dense pennellate di nero e di toni opachi continuano a contrassegnare strutturalmente il dipinto, a imprimergli un ritmo violento, mentre certe tonalita’ di ocra e di grigio attutiscono gli effetti del nero. Il rosso ruggine, il marrone terra di Siena e l’umbra rarefatto convivono in singolari abbinamenti con la gamma degli azzurri: dai brillanti e trasparenti blu Parigi ai blu scuri che concrescono insieme al predominante raster nero. E’ come se Murtić volesse ritornare, con queste realizzazioni, ai suoi dipinti degli anni Settanta, quando le violente pennellate nere definivano la struttura del dipinto abbinandosi ai toni di rosso, di azzurro, di giallo e di verde puro. A prima vista cio’ appare come un netto distanziamento dai paesaggi istriani della prima meta’ degli anni Novanta, in cui la cava di Montraker e il giardino dell’artista a Vrsar costituivano spesso la fonte d’ispirazione. Senonché qui non si tratta di un effettivo revival della classica astrazione di Murtić, né la sorprendente ma in nessun caso fortuita rassomiglianza con le sue realizzazioni piu’ remote implica un abbandono della totalita’ dei contenuti di quelle piu’ recenti, che invece rivivono nel carattere del gesto pittorico, di quella pennellata che ancora una volta determina la struttura del dipinto. Ma se la pennellata propria delle realizzazioni di Murtić della seconda meta’ degli anni Settanta sottolineava la bidimensionalita’ del dipinto, ora conferisce elasticita’ alla compattezza ereditata appunto dalle opere piu’ recenti, in cui descrive il paesaggio in tutta la sua pienezza spaziale. Il profilo dei monti, le rocce della cava, gli alberi o le isole affiorano sulla superficie della tela richiamando la rotondita’ dei volumi a cui appartenevano. In altri termini, sia il ritmo convulso delle ampie e marcate pennellate nere sia i pulsanti campi d’ocra o dei toni ruggine, azzurri e grigi sono inimmaginabili anche adesso, se si esclude l’esperienza dell’artista che dipingeva il paesaggio istriano a tutte le stagioni dell’anno a prima vista allontanandosene formalmente. In riferimento ai suoi quadri degli anni Settanta, la fase dell’impressionismo astratto di Murtić e della sua piu’ violenta pittoricita’, l’artista ha detto di aver desunto quei colori "proprio dal paesaggio istriano" e che a tale riguardo si potrebbe parlare "di essenza del colore". Il ciclo "Montraker" e’ la migliore conferma di questo atteggiamento al limite della riconoscibilita’ del soggetto. Qui gli elementi del paesaggio concreto si disgregano e al contempo si addensano. Si disgregano nelle pennellate ampie e violente derivate dalle linee che un tempo descrivevano la scena reale; si addensano nel segno che, attraverso un dato colore o una data forma, si associa al soggetto memorizzato dal pittore nello spazio raccolto della sua casa istriana. Scrivendo molti anni fa dei quadri di Murtić, Jean Cassou osservava giustamente: "tutto in essi e’ energia, che si tratti di contenuto o di movimento". Osservando i lavori piu’ recenti di questo artista (si tratta per lo piu’ di tele di grandi dimensioni), questa osservazione e’ ancor oggi perfettamente calzante. La sicurezza del gesto pittorico determina ancor oggi con estrema naturalezza la struttura del quadro e al contempo, le rapide ed energiche pennellate irradiano energia scivolando inarrestabilmente sul campo della tela di cui riempiono tutto lo spazio. Ma trovare delle affinita’ tra queste realizzazioni e quelle del periodo della piu’ violenta pittura gestuale di Murtić e vedere in esse la sintesi come il dato piu significativo, non e’ per questo una conclusione obbligatoria. Nella pittura di Murtić il cambiamento costituisce di sovente la regola. Nelle pressoché costanti trasformazioni intervenute nella sua opera si ravvisano gli stadi della maturazione, della raggiunta maturita’ dell’artista e del suo deliberato abbandono dell’idea pittorica sposata in precedenza. Murtić, apparentemente, tradisce se stesso, ma il tradimento avviene sempre a un livello superficiale: il nocciolo permane intatto. Se nella pittura di Edo Murtić c’e’ qualcosa di relativo, quel qualcosa e’ la dialettica tra continuita’ e discontinuita’. Entrambe queste dimensioni si intrecciano disponendosi spesso su di un limite che consente facili trapassi dall’una all’altra. In breve, l’unica regola valida nell’arte di Murtić e’ per l’appunto l’assenza di ogni regola.

Zvonko Maković